La
flessibilità è definita come la capacità di compiere gesti
con l'impiego della escursione articolare più ampia possibile sia in forma
attiva che passiva (Manno).
Questa capacità è di grande valore
perché è alla base di moltissime forme di lavoro aumentando l'economia
del gesto, favorendone la precisione e riducendo il rischio di traumi a carico
dell'apparato locomotore.
Il
suo carente sviluppo è un fattore limitante per la massima velocità,
l'apprendimento delle tecniche e dell'economia, poiché aumenta il dispendio
energetico e facilita perciò l'affaticamento.
Questa capacità
rientra nella categoria delle capacità intermedie inquanto i fattori che
facilitano o limitano la flessibilità sono di natura anatomica e di natura
neurofisiologica, posizionandosi quindi in posizione intermedia fra le capacità
coordinative e le capacità condizionali.
Dal punto di vista anatomico
hanno importanza il tipo e la forma delle superfici articolari, la capacità
di estensibilità dei muscoli, dei tendini, delle fasce e delle capsule
articolari. I muscoli, in particolare, sono i punti di maggiore incremento della
estensibilità attraverso la regolazione del rilasciamento.
La flessibilità
dopo i 13 anni tende a regredire progressivamente se non allenata e sollecitata
in modo metodico. Intervenendo con l'allenamento si avrà la possibilià
di mantenere o recuperare la flessibilità eventualmente persa con l'inattività
fisica.
Nella
pratica di tutti gli sport ed attività fisiche, il lavoro di flessibilità
non andrebbe mai tralasciato, in quanto permette di:
-
migliorare la coordinazione muscolare;
- evitare traumi e lesioni all'apparato
locomotore;
- eseguire movimenti in ampiezza con maggior sviluppo di regime
di velocità rendendo più efficace ed economico qualsiasi gesto.
Il
metodo di lavoro raccomandato per migliorare la flessibilità e l'elasticità
muscolare è lo stretching.
Lo stretching si usa generalmente nella
fase di riscaldamento generale per preparare i muscoli all'attività fisica
e nella fase di defaticamento per alleviare eventuali contratture muscolari facilitando
il recupero (Mosca, 1994).
I
metodi consigliati sono i seguenti:
-
metodo statico attivo;
-
metodo statico passivo;
-
metodo contrazione-rilassamento (PNF).
Metodo statico attivo
È
una delle forme più diffuse di stretching, molto efficace per ridurre i
tempi di recupero ma non altrettanto efficace per quanto riguarda il raggiungimento
di un miglioramento del ROM (Raggio d'Azione) a lungo termine.
Tale metodologia
prevede di allungare lentamente il muscolo interessato mantenendo la posizione,
che non deve essere dolorosa, per 15-40 secondi.
Metodo
statico passivo
Simile
al precedente, solo che tale sistema di allungamento viene eseguito con l'assistenza
di un compagno; il soggetto si rilassa ed il partner muove l'arto che deve essere
allungato in modo da ampliare l'escursione del movimento. Il partner deve fare
molta attenzione, in quando non riuscendo a sentire le sensazioni del soggetto
allenato c'è il rischio di creare traumi osteo-artro-muscolari se sforza
troppo sull'articolazione.
Metodo
contrazione-rilassamento (PNF)
Questa
tecnica rientra nel metodo PNF (Facilitazione Propriocettiva NeuroMuscolare).
È un metodo generalmente utilizzato quando il grado di escursione articolare
risulta ridotto e doloroso. Il soggetto estende l'arto fino ad un certo punto
cercando poi di resistere isometricamente alla manipolazione del terapista che
cerca di muovere l'arto verso una posizione di estensione più profonda.
Poi il soggetto si rilasserà nuovamente e l'arto verrà spostato
passivamente verso una posizione di allungamento maggiore. Le varie fasi avranno
una durata di circa 10 secondi ognuna.
Dott.
Umberto Miletto
www.studiomiletto.com